mercoledì 6 marzo 2013

"EUROPA…? IERI…e… OGGI ?" (II)


"EUROPA…? IERI…e… OGGI ?"  (II)
Paolo Francesco Barbaccia Viscardi

 Storie di Sicilia di Fara Misuraca
 Il separatismo è un fenomeno strettamente legato al periodo 1943-47 e alla rottura della compagine nazionale causata dall'occupazione alleata ed è dovuto al ritorno in auge dei notabili prefascisti provocato dalla catastrofe bellica e postbellica. Il disfacimento del regime fascista consentì all'ultima generazione dei politici professionali dell'età liberale di tornare attivi. Personaggi come Andrea Finocchiaro Aprile e Giovanni Guarino Amella, e molti altri politici rimasti forzatamente a riposo per vent'anni, si posero alla testa del Comitato per l'indipendenza della Sicilia, che all'arrivo degli Alleati (28 luglio '43) cercò di proporsi come interlocutore privilegiato per la costituzione di un governo provvisorio. Il più noto di loro era Finocchiaro Aprile, figlio di quel Camillo che era stato ministro di Grazia e Giustizia con Giolitti. Ma vediamo di inquadrare il personaggio: Andrea aveva avuto un ruolo importante nella fase liberal democratica del primo dopoguerra, come sottosegretario alla Guerra e alle Finanze nel governo Nitti, era un alto dignitario della massoneria e nella fase di normalizzazione del consenso al regime fascista, desideroso di ritornare a ricoprire un ruolo politico di primo piano, si era rivolto a Mussolini per ottenere la nomina a senatore e la carica di direttore generale del Banco di Sicilia. Pur di ingraziarsi il duce, dopo la promulgazione delle leggi razziali, arrivò persino a denunciare, con lettera a Mussolini dell'11 novembre 1939, il direttore allora in carica, Giuseppe dell'Oro, in quanto ebreo e perciò indegno di ricoprire tale incarico. Nella visione di Finocchiaro Aprile il sicilianismo, la ricerca di un'identità, era fortemente influenzato dalle tematiche antiplutocratiche e antisemite dell'ultimo fascismo. Ma questa ricerca di identità comportò alla fine chiusura e provincialismo, riproponendo in piccola scala quello che l'ipernazionalismo fascista aveva provocato su grande scala, discriminando ed escludendo cittadini in base alle opinioni, poi in base a criteri sempre più arbitrari come quello delle appartenenze razziali. Proprio davanti a queste differenti e convulse fasi della politica italiana degli anni Trenta e Quaranta riemerse la vocazione trasformista della classe politica prefascista meridionale. Con l'occupazione alleata si presentò ad essa una nuova opportunità.

All'arrivo degli anglo-americani un manifesto accolse i liberatori annunciando alla cittadinanza gli obiettivi del Comitato per l'indipendenza: si dichiarava decaduta la monarchia e, con essa, l'obbligo statutario, sancito dal plebiscito del 1860, di fedeltà da parte dell'isola all'unità nazionale; di conseguenza, si chiedeva agli Alleati di proclamare una repubblica siciliana. I Savoia erano accusati dei torti storici fatti all'isola e di aver agevolato l'ascesa del fascismo. Inizialmente alcuni esponenti dell'antifascismo siciliano interpretarono questa presa di posizione come il tentativo di creare le basi di un nuovo Stato italiano, in concorrenza con il fascismo al nord e con il governo instaurato al sud dopo la fuga del re dell'8 settembre. Ma i separatisti, in realtà, erano interessati solo a staccarsi dalla compagine nazionale per sottrarsi alle responsabilità della guerra e della sconfitta che fatalmente sarebbero ricadute sull'Italia. Soprattutto volevano evitare che le aspirazioni democratiche che già serpeggiavano nel paese e in Europa potessero contagiare la Sicilia. Tuttavia anche se le proposte del Comitato per l'indipendenza della Sicilia non ebbero grande accoglienza da parte degli Alleati che cercavano un interlocutore a livello nazionale, rappresentarono il punto di partenza di un nuovo movimento politico che convergeva con gli interessi dei possidenti agrari del catanese e del palermitano, interessati a mantenere la propria egemonia al di là del mutamento di regime. Infatti aderirono all'appello i grandi proprietari isolani, quelli stessi che già nel primo dopoguerra, dalle file del partito agrario, avevano appoggiato il fascismo, come i Tasca, i Carcaci, i Bruno di Belmonte. L'adesione dei maggiori possidenti trainò quella dei ricchi gabellotti mafiosi, come Genco Russo da Mussomeli, Michele Navarra da Corleone, e il più noto tra tutti, don Calò Vizzini da Villalba. Altro gruppo di rilievo del separatismo fu quello dell'élite agraria di Caltagirone che si richiamava all'insegnamento di Luigi Sturzo; questo gruppo si era impadronito del potere locale fin dagli anni Trenta, stretto attorno alla sturziana Cassa rurale S. Giacomo.

I separatisti presentavano il fascismo, alla classe dominante isolana, come "malattia del nord": nasceva così il mito dell'estraneità della Sicilia al fascismo, che avrebbe contribuito ad avvicinare agli indipendentisti i ceti medi, della sua tiepida adesione, di un precoce distacco che ora i separatisti compendiavano nel rifiuto dello Stato unitario. Secondo i separatisti, la Sicilia aveva solo subito il fascismo. Alle "degenerazioni" dell'industrialismo, separatisti e agrari contrapponevano l'immagine di una società governata dalla sua naturale élite fondiaria, capace di imboccare la via del progresso e della modernità attraverso uno sviluppo commerciale e agricolo. L'aggressività ed il nazionalismo erano presentati come la conseguenza del protezionismo industriale, l'organizzazione dell'economia di guerra, con gli ammassi alimentari obbligatori e l'intervento dello stato per la trasformazione del latifondo, venivano presentati come un attacco alla Sicilia.

La tutela statale, sempre goduta dalle classi dominanti siciliane e che aveva consentito il perpetuarsi di un'anacronistica arretratezza in Sicilia, stava per finire e con l'invasione degli alleati, i grandi proprietari avevano avuto l'opportunità di dissociarsi per primi dell'imbarazzante solidarietà con le classi dominanti nazionali e con la monarchia, pensando che le une e l'altra sarebbero certamente state travolte assieme al fascismo. Accanto ai gruppi agrari però si segnalavano nel movimento indipendentista alcuni personaggi di tutt'altra estrazione, indicati come i rappresentanti della frazione di sinistra del separatismo, con spiccate propensioni verso idee socialiste. Tra di essi l'esponente di maggior rilievo era Antonio Canepa, figura di intellettuale antifascista, e contemporaneamente docente di dottrina del fascismo presso l'Università di Catania e agente dell'Intelligence Service. Teorico del separatismo, fu ucciso il 17 giugno del 1945, dopo una breve esperienza da guerrigliero, in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Come ricorda Salvo Barbagallo, in "Una rivoluzione mancata", non era soltanto un teorico e un uomo di studio, ma soprattutto, un uomo di azione: il capo del movimento clandestino indipendentista dei gruppi di Giustizia e libertà ai quali si devono le uniche azioni di guerra partigiana nell'Isola dall'inizio del 1941 al giugno 1943. Egli considerava possibile una rivoluzione sociale in Sicilia, immettendo queste problematiche all'interno del più generale movimento separatista ma le sue posizioni e le idee che promulgava per mezzo stampa non passarono inosservate tra i capi reazionari del movimento indipendentista e Canèpa ben presto, grazie anche alla consistenza numerica e qualitativa dell'esercito di liberazione da lui fondato (EVIS , Esercito Volontario di Indipendenza Siciliano), venne identificato come un pericolo maggiore dello stesso esercito italiano.

Dopo lo sbarco militare alleato le aspettative dei separatisti si concentrarono sul progetto di governo approntato da costoro. Il progetto non era sostenuto da obiettivi ben definiti sul futuro assetto dell'Italia ma più semplicemente tendeva a garantire la legge e l'ordine con un impiego minimo di personale. Gli alleati facevano affidamento sulla possibilità di utilizzare le strutture amministrative esistenti demandandone la direzione a funzionari italiani posti sotto il controllo di Civil Affairs Officers. Gli inglesi riponevano fiducia nella possibilità di ottenere collaborazione dagli elementi più in vista della classe dominante locale e della gerarchia ecclesiastica, partendo dal presupposto che, specialmente tra i primi, fossero molto diffuse le simpatie per l'Inghilterra. L'influenza sociale esercitata dagli esponenti dei ceti superiori e dal clero avrebbe facilitato i rapporti con la popolazione e con i funzionari italiani, sul modello dell'Indirect rúle, già sperimentato in alcune aree di dominio inglese.

Ma in Sicilia le cose non erano così semplici: intanto la classe dominante locale colse l'occasione che le veniva offerta e con la complicità di alcuni ufficiali britannici elaborò una curiosa teoria, quella della "parentela normanna": i duchi di Carcaci e i marchesi di San Giuliano, rivendicarono la loro antica presenza in Sicilia a fianco del conte Ruggero e, quindi, la loro parentela con l'aristocrazia inglese che vantava la stessa origine normanna. Era un modo per rivendicare il diritto a governare. La ricerca di collaborazione da parte degli Alleati si rivolse soprattutto alle élites agrarie e poiché la CIA che aveva contattato alcuni importanti boss mafiosi italo-americani in carcere negli Stati Uniti come Lucky Luciano e Vito Genovese, offrendo loro la libertà in cambio di un appoggio al momento dello sbarco, gli Americani finirono con l'affidare molte cariche, nel governo provvisorio della Sicilia, a noti mafiosi: Calogero Vizzini fu nominato sindaco di Villalba, Giuseppe Genco Russo divenne sindaco di Musumeli, Vincenzo Di Carlo fu nominato responsabile dell'Ufficio per la requisizione del grano, ecc. Ciò diede nuova e sicura autorità ai mafiosi, oltre a concrete possibilità di arricchimento e di accrescimento del loro potere. Fu proprio in questo periodo che la mafia cercò di organizzarsi anche politicamente, confluendo nel Movimento Indipendentista Siciliano (MIS).

Il MIS ebbe così diverse anime e diverse adesioni e la componente mafiosa, o vicina alla mafia, era molto importante. D'altro canto, i mafiosi potevano vantare, paradossalmente, di essere stati "perseguitati" dal Fascismo, facendosene un merito, come se il problema fosse stato politico e non criminale. Il MIS ebbe un sviluppo molto ampio dal 1943 al 1947, sia per il seguito popolare, sia perché i responsabili del governo militare di occupazione affidarono la maggior parte delle amministrazioni a politici separatisti. La crescita del movimento non si limitò, tuttavia, al piano legale ed elettorale: anche il suo esercito, l'EVIS (Esercito Volontario di Indipendenza Siciliana), si ingrossò grazie alla confluenza di banditi e mafiosi di grosso calibro. Colonnello dell'EVIS fu anche il tristemente famoso Salvatore Giuliano. Nell'impossibilità di rifornire con proprie scorte la popolazione, gli Alleati puntarono sulla riorganizzazione degli ammassi affidandone ai grandi proprietari la gestione. Da qui l'impressione che gli Alleati tendessero scientemente a favorire i separatisti. La questione degli ammassi, inoltre, ebbe una notevole importanza nella organizzazione della mafia. Infatti i mafiosi furono in primo piano nella gestione del sistema degli ammassi: ciò consentiva loro, con disinvolta spregiudicatezza, di promuovere il mercato nero che a causa del cattivo funzionamento degli ammassi rappresentava l'unica alternativa alla fame. La mafia assumeva così la doppia veste di perturbatrice dell'ordine sociale e di tutrice, rinnovando il mito di organizzazione protettiva e buona. E questo specie in quei luoghi della Sicilia occidentale in cui gli alleati avevano nominato sindaci dei mafiosi.

Il breve periodo di amministrazione alleata ebbe anche altri effetti. Gli anglo-americani, per la necessità di coordinare l'attività amministrativa man mano che le truppe risalivano la penisola, avevano organizzato un governo su scala regionale e nel giro di quattro mesi attuarono un vero e proprio decentramento regionale, creando un'opinione favorevole a un suo ulteriore sviluppo, specialmente tra i funzionari da essa beneficiati; a tal proposito vale la pena ricordare il pronunciamento dei prefetti politici, che il 30 novembre del '43, rifiutarono di votare un ordine del giorno favorevole al ritorno dell'isola all'amministrazione italiana, presentato dal prefetto socialista di Ragusa, Cartia. Fu proprio dalla necessità di trovare un accordo tra l'amministrazione centrale e quella periferica che nacque l'esigenza di istituire, in Sicilia come in Sardegna, un Alto Commissariato. Questa scelta, presentata dagli studiosi come antesignana di un'opzione autonomistica, fu probabilmente dettata, nelle intenzioni dello stesso Badoglio, dall'esigenza di riorganizzare le strutture all'interno del sistema centralistico.

A questo punto, con grande senso dell'opportunità politica, Enrico La Loggia, leader socialriformista dell'Agrigentino, ed altri politici di fede unitaria, cominciarono a premere per un'interpretazione in senso autonomistico dell'istituto commissariale. Cominciarono una sorta di terrorismo psicologico prospettando i pericoli di una mobilitazione di massa, capeggiata dai separatisti, nel caso di ritorno all'antico regime. La Loggia e i suoi seguaci prospettavano l'autonomia regionale come lo sbocco naturale della storia isolana: sia il separatismo che l'autonomismo aspiravano alla liberazione da una secolare oppressione ma i separatisti usavano le bande armate, gli autonomisti la ragionevolezza. Inoltre, secondo La Loggia, lo Stato doveva istituire una dotazione finanziaria, in modo da indirizzare un flusso di investimenti verso la Sicilia, come riparazione dei torti storici inflitti all'isola. Attorno a La Loggia si riunirono ben presto operatori economici, tecnici legati alle poche industrie esistenti e i tecnocrati del Banco di Sicilia. Le loro proposte tendenti a favorire una localizzazione nell'isola di investimenti industriali avevano una notevole importanza in prospettiva, ma fecero poca opinione. I partiti preferirono seguire le spinte di massa e caratterizzare i loro programmi sulla questione agraria da una parte e su quella amministrativa dall'altra; per cui La Loggia assunse una funzione di leader senza però riuscire a creare un movimento politico intorno a sé.

I separatisti rimasero estranei a questi aspetti innovativi del dibattito, e continuarono ad insistere sulle prospettive di un'economia siciliana in grado di far da sé. Il ritorno della Sicilia all'amministrazione italiana coincise quindi con l'istituzione dell'Alto commissariato (marzo '44), coadiuvato da una Consulta regionale composta da politici prefascisti, tra cui alcuni separatisti. Questi ultimi cercarono di organizzare attorno all'istituto commissariale un vero governo regionale, ottenendo che fosse nominato commissario un politico simpatizzante per le idee indipendentiste, Francesco Musotto, leader combattentista nel precedente dopoguerra e già prefetto di Palermo di nomina alleata. Musotto non resse tuttavia alle tensioni provocate dal processo di organizzazione dei partiti, che andava limitando il ruolo dei notabili di vecchio tipo, separatisti e non. Questi partiti infatti godevano dell'appoggio del governo centrale, che nel frattempo si era riorganizzato accogliendo al suo interno politici "antifascisti" provenienti da tutte le province liberate dell'Italia. Del secondo gabinetto Badoglio così venne a far parte anche Salvatore Aldisio, esponente di primo piano del popolarismo sturziano in Sicilia nel primo dopoguerra. Egli pose mano alla riorganizzazione dello Stato, rimuovendo i prefetti di nomina alleata che erano stati posti a capo delle province e tra cui i separatisti trovavano i maggiori appoggi.

Dopo aver lavorato alla restaurazione dello Stato come ministro, Aldisio provocò le dimissioni di Musotto e gli subentrò il 17 luglio '44. Con questa operazione i partiti nazionali assumevano un ruolo centrale, relegando il separatismo ai margini della lotta politica. La DC in particolare si preparava ad ereditarne le istanze conservatrici a fronte di un movimento contadino egemonizzato dalle sinistre. Il nuovo Alto Commissario però ereditava una situazione di acute tensioni sociali dovuta alla opposizione generalizzata agli ammassi granari. Il 19 ottobre '44 le condizioni alimentari di Palermo erano talmente gravi da generare una protesta popolare che fu repressa nel sangue dall'esercito: vi furono 30 morti e 150 feriti. Tra il novembre e il gennaio alla protesta contro l'ammasso si aggiunse la rivolta del "non si parte!" il rifiuto, cioè, di aderire alla chiamata alle armi dei contingenti mobilitati per la guerra contro i tedeschi. Si verificarono rivolte in decine di centri isolani, con la "liberazione" di interi paesi (Comiso, Ragusa, Piana degli Albanesi). La rivolta esprimeva anche un forte senso di sfiducia nell'esercito, istituzione che insieme alla monarchia, incarnava la continuità con il vecchio Stato e uno scarso apprezzamento nei confronti del compromesso istituzionale di mettere in secondo piano l'avversione per la monarchia finché la guerra fosse ancora in corso. Il compromesso con la monarchia aveva riportato, almeno al sud, la vecchia burocrazia militare e il processo di democratizzazione rischiava di subire un rallentamento. A Messina e a Palermo dove il movimento del "non si parte!" raggiunse una maggiore consapevolezza si cercò di avviare un confronto sui temi della democrazia con i dirigenti del CLN (Comitato di liberazione nazionale), mettendo in discussione la scelta della tregua istituzionale, che al sud, in assenza di un movimento di resistenza, faceva apparire moderata la linea dei partiti antifascisti. La risposta del CLN fu di estrema chiusura, poiché temevano l'eventualità che i separatisti potessero mettersi alla testa del movimento; Aldisio accreditò questa ipotesi, e la utilizzò per compattare i partiti, ottenendo un maggiore appoggio governativo nei confronti delle istanze regionalistiche. L'Alto Commissariato, con la Consulta che attorno ad esso si riuniva, divennero i centri di elaborazione delle proposte autonomistiche e in particolare del futuro statuto regionale.

Nel regionalismo di Aldisio, come nel separatismo, il richiamo al solidarismo sicilianista serviva a smorzare le tensioni sociali, i rischi di contrapposizione classista all'interno della società politica e civile. Ma davanti alle scadenze dello scontro sociale, la DC non poteva non tener conto delle esigenze proprietarie: significativi furono gli effetti dei decreti Gullo che tendevano alla definizione di riparto dei contratti di mezzadria alla concessione a cooperative di contadini delle terre incolte o sequestrate ai fascisti e la raccolta dei loro prodotti nei magazzini statali "i granai del popolo". Nel settembre del 1944 infatti, a Villalba, un paesino della provincia di Caltanissetta, un comizio del leader comunista Gerolamo Li Causi fu interrotto a fucilate da esponenti della mafia legati sia al separatismo sia alla pratica del contrabbando del grano. Capomafia di Villalba era Calogero Vizzini, importante notabile della Sicilia interna. In occasione della strage nella quale Li Causi rimase ferito, il democristiano Bernardo Mattarella si rivolse a Vizzini per persuaderlo ad abbandonare il separatismo e aggregarsi alla DC, nella quale avrebbe potuto trovare adeguate garanzie per la tutela degli interessi che gli stavano a cuore. La vicenda degli ammassi, dunque divenne un punto qualificante per definire le alleanze sociali su cui i maggiori partiti potevano contare. Su questo punto si giocava la possibilità per il Partito comunista di creare un sistema di alleanze di classe capace di recidere i tradizionali rapporti di dipendenza tra possidenza fondiaria e contadini.

Nell'ottobre del '45, con l'accusa di sedizione, Finocchiaro Aprile fu arrestato insieme ad altri maggiorenti del MIS. I separatisti risposero gettandosi tra le braccia dei banditi e utilizzando le operazioni terroristiche dell'EVIS. Questa formazione, ricordiamolo, fondata da Canepa, era inizialmente composta da studenti, aveva vissuto qualche giorno di gloria tra l'Etna e i Nebrodi, poi, con l'uccisione del suo fondatore Canepa nel giugno 1945, si era praticamente sciolta. I separatisti catanesi, guidati dalla destra agraria dei Carcaci, tuttavia non si lasciarono sfuggire l'occasione di utilizzare l'EVIS come strumento di pressione e lo mantennero in vita sotto la direzione di Concetto Gallo, rinforzandola con elementi di provenienza mafiosa. Ben più tragico si rivelò però il coinvolgimento nell'EVIS di Salvatore Giuliano, voluto dalla destra separatista palermitana. Giuliano, che disponeva già di una banda agguerrita, opportunamente guidato, mise a punto una serie di azioni terroristiche rivolte inizialmente contro i carabinieri e l'esercito, poi contro i partiti di sinistra, le Camere del lavoro ed infine i contadini. La situazione d'emergenza servì ad accelerare i lavori della Consulta, che entro l'aprile '46 preparò un progetto di statuto regionale, subito approvato dalla Consulta nazionale e il 15 maggio dal governo, con lo scopo di vanificare la presenza delle liste separatiste in previsione delle elezioni per la Costituente, programmate per il mese di giugno. Lo scarso interesse dei separatisti per le tematiche portate avanti dagli autonomisti trova conferma nel tentativo di colpo di stato da parte di alcuni esponenti di primo piano del MIS, tra cui i Tasca di Palermo ed i Carcaci di Catania, in occasione del referendum del 2 giugno 1946. In caso di vittoria della repubblica era intenzione dei separatisti di proclamare Umberto di Savoia re di Sicilia. Dal separatismo repubblicano del 1943, si era dunque passati a un separatismo filomonarchico, che mirava a tenere lontane dall'isola le tensioni politiche e sociali della nuova Europa.

La strategia della tensione ordita dalla destra e messa in atto da Giuliano toccò tragicamente il culmine con la strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947, evento di fondamentale importanza nella vita della neonata Regione siciliana. Pochi giorni prima, il 20 aprile, si erano svolte le prime elezioni per la formazione dell'Assemblea regionale siciliana. Le sinistre unite avevano riportato una vittoria di misura sulla DC e sulla destra agraria mentre il MIS aveva raccolto circa il nove per cento delle preferenze. Ma non doveva andare così, nel frattempo, infatti, il governo centrale era entrato in crisi e De Gasperi formò un nuovo governo senza l'appoggio delle sinistre, a garanzia della scelta filoamericana che la DC si apprestava a fare. La vittoria delle sinistre in Sicilia era pertanto quanto meno imbarazzante e motivo di instabilità del governo regionale. La strage avvenne nel bel mezzo di questo dibattito. Giuliano e i suoi attaccarono la manifestazione del 1° maggio a Portella della Ginestra sparando tra la folla di uomini, donne e bambini in festa, che ascoltavano il primo oratore. Ci furono 11 morti e decine di feriti. A dispetto del risultato elettorale il governo regionale fu formato da un monocolore DC con l'appoggio esterno delle destre e la vicenda di Giuliano fu rapidamente chiusa tra mille contraddizioni con l'uccisione del bandito, in circostanze oscure che fu sottratto così al giudizio del processo che si era avviato a Viterbo. Oggi, a più di cinquant'anni di distanza, appare chiara la matrice politica antidemocratica di quest'azione terroristica.


L'autonomia concessa alla Regione Sicilia era sulla carta talmente ampia che come, giustamente, osservò qualche esponente separatista poteva essere più che l'indipendenza, soltanto se i componenti dell'assemblea regionale avessero avuto il coraggio di rompere, pur restando unitari, i legami di una sudditanza nei confronti dei poteri romani. Nella sostanza invece vennero recepite le posizioni di La Loggia, sancite nell'art.38, che prevedevano la costituzione di un "Fondo di solidarietà nazionale" con il quale lo Stato sarebbe dovuto venire incontro alle esigenze di una regione già danneggiata da ottant'anni di vicende postunitarie. Ci si potrebbe chiedere come mai la Sicilia rivendicasse una tale riparazione, a preferenza per esempio della Campania, della Basilicata o della Calabria. La verità era che le agevolazioni sancite dall'art.38 erano in funzione degli interessi di una classe politica siciliana il cui unico scopo era confermare il proprio ruolo di controllo delle risorse che dal centro fluivano verso la periferia.

La Sicilia poteva diventare un formidabile laboratorio politico per il riscatto delle genti del Sud. Ma non è stato così. Anzi la sudditanza è diventata sempre più servile.


lunedì 4 marzo 2013

L'INIZIO

"L'INIZIO "
Paolo Francesco Barbaccia Viscardi


Dio creò l'Universo,
In questo Universo ha voluto mettere l'Uomo e la Donna.
Lo fecce nell'Amore.
L'Amore...
L'Amore si poté intravedere,
Nulla fu come quando divenne.
E nel divenire si poté intravedere l'essenza dell'amore.
Il Re meritevole di tutti
promise a suo padre il peggiore di tutti i decreti.
Manasse ebbe nome e regnò più stagioni dei padri più buoni.
Aveva occhi attenti e deformati, non da un difetto del cuore, ma dalla mancanza d'amore,
E nell'orizzonte si leggeva, oltre il racconto, l'essenza seducente delle divagazioni divine.
Un Re regnerà secondo giustizia, se i Ministri saranno onesti, quando su di noi sarà sparso lo spirito dall'alto.
Fu il Regno fratello, fu un sacrilego insulto al cielo.
Fu così che fuorvianti si insinuò dentro di ogni ritratto.
E la Fine come l'Inizio: instabile, sconnessa, violenta e insicura, illogica e travolgente...
Ne spese l'estremo sussulto il Dio...
Disse: “non siete più prodi, sicuri della Terra ed è logico e travolgente,
Ma alla fine come all'inizio: non vi è conveniente traiettoria attraversante.
Essa è il desiderio peccaminoso e vi fa arrendere al vizio più tortuoso,
alle vie più maledette, al vostro desiderio più contorto.
Ora gridò il Dio che l'ha fatta,
Ora grida il Creatore - “vendetta”
Poiché non c'è Dio che non vanti l'impresa e intaschi retta.
Finiti nel lutto le folle allegrie di routine, le case deserte,
le vie piene di VIPs dei boss e prostituti uomini fru-fru, che loro lo chiamano amore.
Ora va su, ora va giù – ma amore è questo?
No, è solo la fine di colui un tempo chiamato Uomo.


Paolo Francesco Barbaccia Viscardi

4 marzo 2013

mercoledì 20 febbraio 2013

MERCATO DELLE VACCHE


"MERCATO DELLE VACCHE"
Dott. Giuseppe Torcivia
Ci troviamo di fronte alla vecchia politica, alla politica delle vane promesse, a quella dell'imbroglio. La demagogia è un'offesa all'Italia.
Il Paese è in crisi profonda, ma in televisione torna il cabaret, ma più che ridere direi c'è da piangere e spegnere il televisore.

Questi non si rendono conto di quello che succede veramente in Italia.
"Fenomeno da baraccone", "Saltibanco", "Cialtrone", "Buffone", "Mascalzone", "Bugiardo", "Ladro", "Piffero magico", "Illusionista ringalluzzito", "Piazzista", "Vuole tassarmi anche il piffero? " Queste sono le parole, le espressioni gentili che intercorrono tra i politici nostrani.
Non parliamo dei toni aggressivi, frasi violente e offensive da parte di chi riveste responsabilità pubbliche nei confronti di altre istituzioni.
Ciò che emerge dai numerosi dibattiti televisivi, dalle interviste è la rozzezza di tanti di loro, la volgarità, il poco interesse nei confronti del Paese e della comunità intera.
Manca a questi signori il minimo di decenza nel condurre le battaglie politiche.
Tutto questo fa pensare che quanto prima si ricomincerà da parte di alcune forze politiche a navigare a vista, campare alla giornata mentre i problemi dell'Italia si aggravano.
L'impressione, ma è quasi certezza, è che dopo questa tornata elettorale ci ritroveremo nella stessa situazione che determinò la nascita del governo tecnico presieduto dal Sen. Monti. Forse anche peggio.
Si parla sempre delle necessarie riforme dello Stato: tutto bene, ottimi i propositi. Se guardiamo le eterogenee alleanze che si sono formate, è da chiedersi come faranno a varare le auspicate riforme se all'interno delle varie coalizioni, dei gruppi e sottogruppi, c'è tutto e il contrario di tutto ?
Temiamo che i problemi si aggraveranno e le tante necessarie riforme non si faranno.
 Forse queste mie sono parole al vento. La gente (almeno una buona parte) andrà a votare e continuerà a far eleggere quelli che vengono proposti da chi, per anni, è sempre sulla scena politica. Poi abbiamo quelli che fanno le primarie e poi candidano (un bel numero) chi vogliono al vertice, infischiandosene della base.
Questa campagna elettorale mi riporta indietro negli anni della mia giovinezza, quando la domenica nella piazza principale della mia città arrivavano i venditori, i "bravi imbonitori". Vendevano di tutto, tappeti, pentole, smacchiatori e lucidi per le scarpe, ombrelli, pomata per i calli, e promettevano con uno o più acquisti anche premi.
Oggi è lo stesso ai votanti promettono tutto e regalano tutto: rimborsi di tasse, sgravi fiscali e tra non molto vacanze gratis per tutti, stipendi e pensioni da sogno.
Hanno impoverito il Paese, hanno messo ticket su ticket sui servizi sanitari e sulle medicine,hanno ridotto al ridicolo la scuola,hanno bruciato miliardi di tasse,hanno sacrificato una,forse due generazioni,condannate a non lavorare mai, hanno bruciato e gettato al vento i sacrifici di genitori e figli, hanno calpestato la dignità della gente imponendo il rigore a senso unico.
Hanno spogliato le casse dello Stato e succhiato il sangue del Paese.
Hanno creato pensionati senza pensione, messo le vecchie generazioni contro le nuove, i figli contro i padri.
Ma ora cambia tutto. Si dà inizio al "mercato delle vacche ". Fanno a gara a chi la spara più grossa: via l' IMU a chi é già moribondo, daranno gratis le dentiere ai poveretti che non hanno più nulla da mangiare borse di studio ai talenti che già da tempo hanno lasciato l'Italia,agevolazioni per l'acquisto di una macchina alla gente che non è più in grado di comprare un motorino, soldi e agevolazioni fiscali alle piccole imprese, agli artigiani, ai commercianti che già sono falliti o sono stati costretti a chiudere.
Molti politici e molti manager di grandi aziende statali e di banche, nominati o sponsorizzati dai politici, tutti predatori di beni pubblici, collettori di tangenti milionarie, hanno sulla loro coscienza il declino e lo sfascio del Paese.
TUTTI ANDREBBERO PROCESSATI PER DISASTRO ECONOMICO DOLOSO,PER AVER IMPOVERITO UNA NAZIONE, RESO RIDICOLO UN PAESE, PER AVERE TOLTO IL FUTURO A DUE INTERE GENERAZIONI E LA SPERANZA ALLA GENTE PER BENE.
Hanno portato via agli italiani la possibilità e la libertà di scegliere e di decidere.
In Italia mancano vari spazi di libertà. I giovani sono costretti ad accettare i pochi lavori e precari pur di portare a casa qualcosa. I giovani ,i nostri bravi ricercatori sono costretti ad emigrare perché la ricerca in Italia non viene adeguatamente finanziata.
Bravi operai specializzati,ottimi manager vengono espulsi dal mondo del lavoro causa chiusura aziende vessate e abbandonate dallo Stato.
La mancanza di lavoro, ripeto, riduce la libertà delle persone che vengono condannate inesorabilmente alla disoccupazione o all'emigrazione.
La gente si uccide, gli operai, gli imprenditori si uccidono perché senza lavoro perdono la dignità.
 Concludo con le parole (lasciate in un biglietto) di Giuseppe Burgarella, un operaio siciliano edile che si è suicidato due settimana fa per mancanza di lavoro :
"DOBBIAMO SUICIDARCI TUTTI PER FAR CAPIRE QUANTA E' GRAVE LA SITUAZIONE?"
Anche noi affidiamo queste amare e tragiche parole alle riflessioni e alle coscienze dei nostri governanti.

Nota della redazione 
Al posto della postfazione
Paolo Francesco Barbaccia Viscardi
La schiavitù era stata abolita perchè si era ritenuto che nessun essere umano dovesse essere considerato semplicemente come lo strumento della ricchezza di un altro. E mentre oggi qualcuno chiede: Non rubateci il futuro, siamo oramai precipitati nel passato, ma è il passato di una società senza solidarietà, perché il progresso morale nel corso dei secoli, è consistito essenzialmente in una protesta della comunità contro abitudini crudeli e nel tentativo di ampliare i confini della solidarietà umana. 
Oggi l'imbarbarimento delle regole e la svendita di diritti e conquiste sociali ha riportato le lancette del tempo, paurosamente indietro. Un mercato senza regole se non quelle della finanza internazionale, prefigura solo un mattatoio sociale. Basterebbe solo una buona memoria per evitare di riportare politicamente in vita inattendibili simulacri.
Sotto i miei piedi c'è sepolta la storia della nostra gente, le nostre radici e anche i nostri semi. Più sotto ancora, nel cuore della terra sepolta dal tempo, l'energia di milioni di piante ed animali che oggi è diventata quello che voi chiamate petrolio, per noi è soltanto la morte nera. Viviamo su un mare di petrolio, ma non è nostro, a noi appartiene solo quello che avvelena il fiume, i pozzi, e i campi. Quello che invece rubate, vale le vostre vacanze, il vostro lavoro, la vostra libertà e la ricchezza dei vostri capi; quello che lasciate, silenzio ed abbandono. Gli animali sono morti o fuggiti, le case sprofondate nel fango nero, i bambini crescono come piante senza sole e come piante ammalate si piegano prima di alzarsi diritti verso il cielo. Pensavo servisse una guerra e migliaia di uomini pieni d'odio per cancellare un popolo, ma mi accorgo che bastano pochi uomini grigi e ben vestiti che stringono le mani di un ladro nero dal sorriso bianco.





domenica 17 febbraio 2013

PIETRE e PAOLO



"PIETRE e PAOLO"

Paolo Francesco Barbaccia Viscardi

PIETRE e PAOLO

Paolo: cadono le pietre.
Un fulmine colpisce la cupola di San Pietro,
Benedetto XVI rinuncia al Ministero millenario di Pietro.
La terra trema...
L'uomo, lo scienziato tenta di spiegarci ciò che non sa.
In Russia cadono le sanpietrine.
L'uomo ritorna a voler filosofare la sua sapienza,
Ma non si chiede mai: io, uomo, sono peccatore?
L'uomo si è allontanato dal Creatore,
L'uomo si è allontanato da Dio.
L'uomo si vuol sostituire al Creatore – il Dio.
Il Dio creò l'uomo e la donna come compagna di vita
Per progredire, ma l'uomo stravolge il disegno Divino.
L'uomo impuro pensa di annientare ciò che è stato creato.
Guai a colui che seguirà l'uomo,
l'uomo-avaro, l'uomo-lussuria, ignorando le leggi del Creatore.

Paolo Francesco Barbaccia Viscardi

16 febbraio 2013



mercoledì 30 gennaio 2013

LA MIA SICILIA NELLE PAROLE E NEI COMMENTI DI ALTRI

"LA  MIA SICILIA NELLE PAROLE E NEI COMMENTI DI ALTRI'"
Dott. Giuseppe Torcivia

 
"Dei siciliani mi piace molto l'educazione, la civiltà, il fatto che, anche a livello popolare abbiano dei modi gentili, come le arance e i profumi che ci sono li. Poi hanno questo senso di racchiudere la storia, una storia che riguarda anche il Nord dell'Europa, perché la Sicilia è stata una capitale o un riferimento per molti popoli. Quindi questa canzone rappresenta la voglia di sentirsi siciliani,per tutti coloro che amano quei luoghi.
Trovo estremamente comunicativa la Sicilia,e tutti i siciliani in giro per il mondo trasmettono un po' dei profumi della loro terra ".
( da " Sicilia Informazioni " - Intervista a Lucio Dalla per una sua canzone dedicata all'isola – musicista, cantautore e attore )
" La Sicilia è la regione in cui si sono succedute e scontrate più civiltà: i greci, i cartaginesi, poi i romani, gli arabi, i normanni, i francesi, i catalani, i castigliani. Risultato: il carattere siciliano è diversificato e complesso. Diversificato perché i catanesi sono diversi dai palermitani, anche nella gestualità. Perché vi sono città come Taormina, Erice, Marsala che sembrano un pezzo di Svizzera e zone di Palermo che sembrano il Cairo. Infine dalla Sicilia vengono la mafia e i grandi mafiosi che hanno dominato la malavita americana e internazionale, ma anche i grandi servitori dello Stato: Magistrati, Prefetti, Poliziotti eccezionali.
I siciliani si affermano in ogni campo. Soprattutto fuori dalla Sicilia si trovano nelle posizioni più elevate nella pubblica amministrazione, nelle università, nell'arte, nella finanza, e non solo in Italia, ma anche all'estero. A volte mi viene di paragonarli agli ebrei per la loro capacità di iniziativa, per la loro capacità di affermarsi. Danno l'impressione di essere più intelligenti degli altri.
I siciliani sono complessi. Quando ero in Sicilia, scherzosamente dicevo che, a differenza degli altri uomini, non hanno solo il conscio o l'inconscio, ma anche un'altra sfera: l'immaginazione. Quando parlano a volte si fa fatica a distinguere fra realtà e fantasia. E' come se pensassero tre cose contemporaneamente. Per questo le donne siciliane possono essere spesso conturbanti...".
( Ragioni e Sentimenti - " Fierezza Siciliana " di Francesco Alberoni sociologo, giornalista, scrittore )
" La Sicilia me la sento dentro,me la sento appiccicata sulla pelle. Posso dipingere a Mosca o New York, ma là, c'è immancabilmente la mia Sicilia che ho nel cuore ".
( Renato Guttuso - pittore e politico )

" I siciliani sono super, hanno una accoglienza straordinaria, un amore per l'amicizia che è innata, riescono sempre magicamente a farti sentire qualcuno di importante, scherzano sempre con allegria. Quando sono sceso ad Agrigento i miei amici mi portavano in posti meravigliosi dell'isola, e poi tutte le persone erano disponibili, mi offrivano sempre da mangiare. In Sicilia ho passato la settimana più bella della mia vita e il motivo è stato la simpatia dei siciliani. Ho pianto tanto quando sono dovuto andare via..." .
( Un turista ligure - tratto dal sito: Cosa pensiamo dei
siciliani )
" ...Penso ai miei amici siciliani, ai miei legami sentimentali ( direi anche culturali,ma mi sembra supponenza ) con quell'isola: penso al Verga scolastico, a Pirandello invaghito di Marta Abba, a quando andai a Recalmuto, da Sciascia, e la moglie, a me, bolognese, fece perfino le tagliatelle, penso all'emozione donatami dai paesaggi e dalla gente, penso che laggiù io " nordista ", mi sento a casa mia e anche che nessun italiano è così spontaneamente gentile come quello dell'isola. Penso alla stupidità di chi considera il Po ( invece del Piave ) il " fiume sacro ", e che cosa sarebbe questo nostro paese senza l'intelligenza e l'umanità del Meridione.
Ho anche sempre pensato che se mi sentissi ingiustamente perseguitato andrei in Sicilia e che gli scrittori che più amo, da Brancati ad Alvaro, a Vittorini a cui dobbiamo tanto ( "Americana" ) a Leonardo Sciascia, da De Roberto a Tomasi di Lampedusa, sono di quelle parti ".
( Da " L'ESPRESSO " del 7.11.2002 - " Mi sento siciliano " di Enzo Biagi - giornalista, scrittore, conduttore televisivo)

" ...L'Italia senza la Sicilia,non lascia nello spirito immagine alcuna.E' in Sicilia che si trova la chiave di tutto " . ..." La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra... chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita " .
( Diario " Viaggio in Italia " 1787 di J.W.Goethe - drammaturgo, poeta, saggista, scrittore, pittore, teologo, filosofo, umanista, scienziato, critico d'arte)
I siciliani, come tutti amano fortemente e immensamente la loro terra, amano l'Italia e amano il mondo ( per milioni di loro la seconda terra ) del quale si sentono forse prima di tutti gli altri cittadini a "pieno titolo ".
La Sicilia è " straordinaria", "incantevole ".
Ai residenti dico: godetevela .

mercoledì 23 gennaio 2013

EUROPA…?..IERI…e…OGGI ? (I)

"EUROPA…? IERI…e…
OGGI ?"  (I)
Paolo Francesco Barbaccia Viscardi

Fonte: http://www.csssstrinakria.org/mafia.htm
Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose
27 marzo 1848 – Nasce la Repubblica Siciliana.
La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l’antica bandiera siciliana.
Gli inglesi hanno numerosi interessi nell’Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia.
I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi.

Cavour si oppone perchè considera quest’ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell’ America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l’orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall’Africa all’America.
Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia.
11 maggio 1860 – Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E’ interessante la nota di Garibaldi sull’arruolamento: “Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta”.
15 maggio 1860 – Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini.
E’ degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l’esercito borbonico ebbe l’ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura.
27 maggio 1860 – Garibaldi entra a Palermo da vincitore!…ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia.
30 maggio 1860 – Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d’uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani.
31 maggio 1860 – Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell’occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l’avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa ‘a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare.
2 giugno 1860 – Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell’Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo.
17 luglio 1860 – Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio.
10 agosto 1860 – Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l’avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L’Italia mostra il suo vero volto.
21 ottobre 1860 – Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il “Sì” e l’altra per il “No”. Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 “Sì” e 667 “No”. Giuseppe Mazzini e Massimo D’Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: “Moltissimi vogliono l’autonomia, nessuno l’annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa”. E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: “I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore”.
1861 – L’Italia impone enormi tasse e l’obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l’Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei “S.S. Maurizio e Lazzaro”.
Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: “I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”.
1863 – Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d’assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un’altra azione mafiosa contro i Siciliani.
8 maggio 1863 – Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l’Inghilterra ha fatto l’unità d’Italia.
15 agosto 1863 – Secondo stato d’assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all’uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l’operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell’aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)
1866 – In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c’è la certezza che a spargervi il colera nell’Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d’assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera.
1868 – Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:”Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!”. Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta.
1871 – Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l’effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l’ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi.
1892 – Si formano i “Fasci dei Lavoratori Siciliani”. L’organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l’organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc.
4 gennaio 1894 – La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D’ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l’avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All’eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell’Isola. 

Fonte: http://www.centroimpastato.it/ricordati/index.htm


Indice dei nomi dei caduti nella lotta alle mafie e per la democrazia e delle vittime innocenti

1894

1 gennaio. A Pietraperzia, attualmente in provincia di Enna, durante una manifestazione contro le tasse comunali, i soldati sparano sulla folla: 8 morti, tra cui una bambina, e 15 feriti. È uno degli ultimi episodi della vicenda dei Fasci siciliani, privi di direzione in seguito all’arresto dei dirigenti, assimilabili alle tradizionali rivolte contadine represse nel sangue dalle forze dell’ordine.

2 gennaio
. A Gibellina (Trapani) manifestazione contro le tasse comunali. Alcune guardie campestri e i soldati aprono il fuoco (i militari senza squilli di tromba): 14 morti tra i manifestanti. Il pretore Tommaso Casapinta, che erroneamente si credeva che avesse ordinato il fuoco, viene ucciso a sassate e bastonate.
Lo stesso giorno a Belmonte Mezzagno (Palermo) scontro tra soldati e manifestanti. Due morti: il soldato Francesco Sculli e il contadino Stefano Monte.

3 gennaio. Viene decretato lo stato d’assedio in Sicilia, i Fasci dei lavoratori sono sciolti e i dirigenti vengono arrestati e processati. A Marineo (Palermo) durante una manifestazione contro le tasse le forze dell’ordine sparano sui dimostranti. Rimasero uccisi: Filippo Barbaccia (anni 65), Giorgio Dragotta (26), Antonino Francaviglia (43), Giovanni Greco (24), Concetta Lombardo (o Barcia) (40), Matteo Maneri (36), Ciro (o Andrea) Raineri (42), Michele Russo (25), Filippo Triolo (43). Morirono successivamente: Giuseppe Daidone (40), Santo Lo Pinto (mesi 9), Antonino Mansello (o Manzello) (32), Anna Oliveri (anni 1), Cira Russo (mesi 9), Antonino Salerno (anni 2), Maria Spinella (2), Giuseppe Taormina (46).

5 gennaio. A Santa Caterina Villarmosa (Caltanissetta) manifestazione contro le tasse. L’esercito spara sulla folla: 14 morti e molti feriti.

mercoledì 2 gennaio 2013

UN PAESE SMARRITO IN CERCA DELLA NORMALITA'



"UN PAESE SMARRITO IN CERCA DELLA NORMALITA'"

Dott. Giuseppe Torcivia

"PRESENTE IMMOBILE : NULLA FINISCE MAI E NULLA COMINCIA MAI"

Nel Paese si respira aria di ritorno al passato, poche speranze per la costruzione di un futuro diverso. Andiamo al voto con la vecchia legge elettorale. Non hanno voluto e non sono stati in grado di cambiarla.

Vediamo e sentiamo ogni giorno uomini di seconda, terza e quarta fila che si muovono, dichiarano, gridano la loro fedeltà a questo o quell'altro possibile futuro capo di governo soltanto per garantirsi una candidatura, un posto sicuro nella lista, una prebenda domani.
I "rieccoli " si ripresentano, i "nominati " si fanno avanti, i "miracolati " scalpitano, i "duri e puri padani" dettano le loro condizioni, i futuri "nominati" fremono, i non "garantiti" trepidano.
Lo scenario non è cambiato, il quadro politico è ingarbugliato. Così finisce la Seconda Repubblica.
Egocentrismo, narcisismo, culto della personalità, sfrenata rivalsa politica, programmi populisti imperversano sulla scena politica.
Questo ceto politico corre a tutelarsi, a declamare i soliti programmi, ad annunciarci sempre l'attuazione di riforme, da anni proposte e riproposte e mai realizzate.
La maggioranza del popolo italiano si lamenta, loro sorridono.
Le famiglie si impoveriscono, loro si arricchiscono.
Il ceto medio regredisce o sta scomparendo, loro avanzano.
I giovani non riescono a farsi una casetta, loro collezionano case e ville.
La maggioranza di questi politici lavora per garantire solo il proprio tornaconto personale mentre si dimentica o se ne infischia delle grandi emergenze: il tema del lavoro, della illegalità, della sanità, della povertà.
Non si pensa di trovare nuove strade per garantire un accesso più facile al lavoro: agevolazioni al credito per le aziende, sostegno alle famiglie, lotta all'illegalità nelle sue varie forme, il pensiero è alla poltrona che si può conquistare, perdere o riconquistare.
Ci dicono che siamo tutti sulla stessa barca: noi e i potenti. E' chiaro che noi poveri comuni cittadini siamo su mezzi marinari differenti, noi sulle nostre barchette in balia delle onde, loro sicuri, tranquilli sulle loro grandie lussuose navi.

Mentre tutti siamo alla ricerca di un po' di serenità è stato creato un malessere psicologico causato dal venire meno di certezze collettive e personali.
Non si comprende che per questa malattia servono risposte pronte, adeguate e concrete, ma chi dovrebbe intervenire pensa ad altro.
La gente è schifata dalla mancanza di etica, di giustizia e senso civico di parte di questa classe politica impresentabile.
Nel nostro Paese accade di tutto, operano politici e leader ai quali si può dare il primo premio di creatori di confusione per le varie e continue dichiarazioni contraddittorie.
Grande contraddizione continua è di quella forza politica che parla di Europa e poi si allea o propone di riallearsi con un partito che raccoglie firme per uscire dall'euro.
I fondatori dell'Europa: Adenauer, Schuman e De Gasperi si rivoltano nella tomba.
Il Paese ha bisogno di tutti, di tutti gli onesti, di futuro, di certezze, di guide sicure, di uomini pubblici credibili.
L'Italia ha bisogno di una rivoluzione democratica.
L'Italia sarà veramente un paese democratico quando gli avversari politici non verranno considerati nemici da " abbattere " e quando, finite le elezioni, chi li vincerà verrà considerato il presidente di tutti e rispettato e il Paese ne trarrà vantaggio.
L'Italia sarà un Paese moderno, liberale e giusto quando verranno valorizzati i meritevoli, aiutati gli imprenditori veri e puniti quelli non seri ed i "furbetti".
Sarà un Paese normale e giusto quando tutte le banche torneranno a finanziare l'economia reale, a fare bene il loro mestiere nei confronti delle sane aziende, delle famiglie, dei bravi e geniali artigiani, imprenditori, commercianti.
Sarà un Paese normale e giusto quando non verranno più aiutati istituti di credito, con denari pubblici, a causa di gestioni non idonee.
L'Italia ha bisogno di politici, di classi dirigenti che sappiano ben recepire le parole pronunciate nel 2003 dal Vescovo di Trapani Mons.Francesco Miccichè ( da me già ricordate in un mio articolo del 20 ottobre 2011 ) :
"LA POLITICA NON E' AFFARISMO: NON PUO' ESSERE GESTITA DA GRUPPI DI POTERE ECONOMICO E NON PUO' AVERE LE CARATTERISTICHE DELL'AZIENDA PRIVATA DA AMMINISTRARE. NON SI TRATTA DI UN PRODOTTO DA VENDERE O DI UN GUADAGNO DA REALIZZARE, MA DI UN POPOLO DA PROMUOVERE".
Mentre i nostri pensano alla cadrega tutto va, il tempo scorre, il Paese ha TRE MILIONI di disoccupati, con la più alta disoccupazione giovanile, migliaia e migliaia di lavoratori in cassa integrazione, migliaia di precari, aziende che chiudono, la produzione industriale in forte calo, le famiglie che arrancano, le pensioni da fame, l'Italia che peggiora la posizione nella classifica della corruzione percepita, pubblicata ogni anno da Transparency International: dal 69° posto del 2011, scende al 72°.
Va bene solo la vendita dei "Gratta e Vinci ": l'unica falsa e illusoria speranza data ai cittadini di un Paese che è stato grande.
Buon lavoro ai parlamentari della prossima nuova legislatura e buon futuro alla nostra Italia.
Dott. Giuseppe Torcivia

Postfazione musicale della Redazione
Paolo Francesco Barbaccia Viscardi