giovedì 17 aprile 2008

« La regione non è contro lo Stato ma lavora per lo Stato come un'articolazione dello Stato. » Alcide De Gasperi

Il federalismo come proposta politica per l'Italia andava formandosi nel Risorgimento. Non l'unificazione sotto l'egida del Piemonte, ma la federazione degli stati italiani già esistenti: come un'unità diversa, che si genera dai singoli stati e popoli e ne salvaguarda l'identità, la peculiarità, l'iniziativa. Il Socialista Giuseppe Ferrari non fu l'unico che vedeva il futuro migliore per il territorio italico proprio nel federalismo.
Decentramento, autonomia e Regioni ritornano in primo piano nel Programma di Milano della Democrazia Cristiana che porta la data del 25 luglio 1943.
Alcide De Gasperi, nel suo primo discorso politico del dopoguerra tenuto a Roma il 23 luglio 1944:
« Vogliamo fondare il nostro nuovo Stato, la nostra nuova Italia... ma la base fondamentale deve essere il comune, deve essere la Regione...
Guido Gonella: (25 aprile 1946)
« La Regione ha le sue radici nella natura, nel cuore e nella storia degli italiani »
Mario Scelba nel 1950:
«Sfateremo la leggenda di uno Stato che è l'antitesi della Regione. La Regione è lo Stato.»
In seguito al mancato completamento del disegno politico risorgimentale che ideava un'Italia federale (dal motto unità nella diversità), l'Italia cominciò a evolvere in senso centralistico, il cui apice si ebbe durante il regime fascista, durante il quale furono soppresse le autonomie locali (comuni e province ebbero vertici di nomina governativa). Dopo la Liberazione per motivi prettamente ideologici, il PCI è stato contrario all'istituzione delle Regioni in Italia, ma la nuova Costituzione repubblicana ridiede dignità alle autonomie locali e istituì le Regioni quali enti autonomi con poteri legislativi (anche se videro la luce solamente nel 1970). Successivamente tornarono a farsi strada, nel mondo politico e accademico, proposte di riarticolazione in senso federale della Repubblica (dal comunista Bruno Trentin, dal costituzionalista Gianfranco Miglio) portate avanti dal partito politico della Lega Nord.
Alla luce delle elezioni dell'13-14 aprile 2008 l'idea del federalismo appartiene ormai al programma d'azione. Oggi è più logico che mai che ogni regione dell'Italia percepisca l'importanza del momento storico per definire meglio il proprio posto nell'Italia.
In Toscana sono presenti diversi movimenti "granduchisti" per il federalismo. Partendo dal termine, è maturata la necessità di unire (in federazione) gli sforzi di questi movimenti per agevolare lo sviluppo dell'identità toscana, il senso d'appartenenza alla Toscana che diventerà autonoma, rappresentativa ed amministrativa degli interessi locali e professionali nel processo di decentramento dell'amministrazione statale.
Bisogna che ogni movimento cerchi di essere presente alle elezioni locali per decentrare il potere anche dei partiti nazionali-totalitari. La Lega Nord e il Movimento per l'Autonomia (MPA), così detti partiti-federalisti, hanno vinto le ultimi elezioni, ma chi penserà del resto d'Italia? Chi sarà a pensare della Toscana, ad esempio? Ci complimentiamo e prendiamo esempio dal movimento Toscana Granducale che è stato presente nelle amministrative ed hanno avuto un certo sostegno della popolazione.
Il movimento "LA VOCE DELLA TOSCANA" è nato per "dare la voce" a tutti gli abitanti della Toscana che si sentono pronti a partecipare alle prossimi elezioni (comunali, provinciali, regionali e, in seguito, anche nazionali) con la propria lista "LA VOCE DELLA TOSCANA".

Paolo Francesco Barbaccia, promotore del movimento "LA VOCE DELLA TOSCANA"


15 commenti:

Editore LVDT ha detto...

Achille della Ragione
Un decalogo contro la criminalità
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Oggi è tempo di nuovi decaloghi e vorrei proporne uno, un disperato S.O.S. per cercare di salvare Napoli, da una delinquenza che da tempo ha travalicato i livelli di guardia. Un’area del Paese detentrice di numerosi record, dal traffico più caotico alla micro-criminalità più audace, dalla disoccupazione più diffusa al racket più opprimente, dal disordine edilizio più devastante alle densità abitative più alte delle metropoli asiatiche ed inoltre una concentrazione di extra comunitari per semaforo da guiness dei primati. E dove oggi si combatte una battaglia decisiva per le sorti dell’intera nazione. Se lo Stato perde a Napoli, un modello alternativo di illegalità si diffonderà a macchia d’olio per tutto il Paese.
1)Rendere obbligatorio il mandato di cattura per una serie di reati di grave allarme sociale: rapina, estorsione, stupro. Allungare per questi reati i tempi di carcerazione preventiva e rendere esecutiva la condanna dopo la sentenza di primo grado, in attesa degli altri gradi del giudizio. (Eviteremmo i danni provocati dai magistrati buonisti).
2)Predisporre, se necessario con l’aiuto dello Stato, una polizza assicurativa anti racket, che preveda per i cittadini che denunciano l’estorsione l’indennizzo totale dei danni provocati da eventuali ritorsioni.(I commercianti l’aspettano da tempo).
3)Aumento definitivo degli organici delle forze dell’ordine in proporzione alla concentrazione di reati, inclusa la polizia municipale, con pattuglie specializzate. ( Non certo vigilesse top model dalle chiome a coda di cavallo)
4)Impiego di corpi specializzati dell’Esercito, sia per operazioni di appoggio alle forze dell’ordine, sia per la difesa degli obiettivi sensibili, che attualmente impegnano una moltitudine di carabinieri e poliziotti. (Soltanto per la difesa del consolato americano sono impiegati, nei vari turni, centinaia di uomini)
5)Un utilizzo più incisivo dei servizi segreti, principalmente per monitorare mafie straniere e delinquenza internazionale. (Sperando che non devino).
6)Istituire delle taglie per i reati più raccapriccianti. (Esistono in molti Stati, non solo nel Far West).
7)Incoraggiare con esenzioni fiscali i commercianti di un quartiere che vogliano dotarsi di una polizia privata, ovviamente autorizzata.(Per difendere la zona delle grandi griffe non ci vuole grande impegno ma solo associazionismo).
8)Disseminare la città di telecamere. (Un occhio che controlli eventuali reati in ogni angolo della città).
9)Cominciare a discutere seriamente sull’ipotesi di liberalizzare la droga (Potrebbe eliminare tutti i reati collegati al procacciamento del denaro necessario alla dose)
10) Indire al più presto un convegno internazionale per ascoltare le opinioni di esperti che in altre città hanno affrontato problematiche simili di ordine pubblico. (Non i soliti tromboni intellettuali, che vogliono i cittadini in prima linea o i politici che predicano contro la disoccupazione)
E soprattutto facciamo presto!!!

Editore LVDT ha detto...

Eterogenesi dei Fini,Di Giuseppe Morello

La carriera del neo presidente della Camera andrebbe rubricata alla voce "eterogenesi dei Fini". È entrato in politica dall'estrema destra e per ragioni casuali si è iscritto al Msi. Ha definito Mussolini "il più grande statista del secolo", per poi bollare le leggi razziali come "il male assoluto"; dopo aver immaginato il "fascismo del 2000" ha sciolto l'Msi in An. È stato "giustizialista" durante Mani Pulite e poi con Berlusconi contro i giudici, era contrario al maggioritario e ne è divenuto un sostenitore, è stato a lungo presidenzialista ed ora non ne fa più cenno, è difensore dell'identità nazionale ed è europeista.

Ha detto parole definitive su Berlusconi e Bossi ed è tornato ad allearsi con loro, è tradizionalista ma sulla procreazione sorprese tutti. Non è un caso che Edmondo Berselli abbia parlato del "paradosso di Fini": non ne ha indovinata una, ma è ritenuto credibile. Merito delle sue doti di comunicatore e dei suoi modi composti e corretti.

Ha di certo il merito di aver modernizzato la destra italiana, di aver fatto pace con Israele e aver detto parole importanti sulla Shoah. È apprezzato più dagli avversari che dagli amici (Matteoli, Gasparri e La Russa in un bar romano dissero di lui cose terribili), ed è stato duramente criticato per aver sciolto fulmineamente An nel Pdl.

Nessuno però ricorda un'idea di Fini, del quale Cossiga che lo stima ha detto: "Non so se legga qualche libro. So che mischia un po' tutto: Evola e il liberismo, la conservazione e il libertarismo". Ha le doti di equilibrio per fare il presidente della Camera.
Auguri a lui.

Editore LVDT ha detto...

E'Visco che andrebbe fermato, ma dal Presidente della Repubblica perchè ha violato il diritto dei cittadini quello inviolabile secondo la Costituzione.
Redditi online/ Ancora online i dati dei contribuenti italiani. Il Garante non ferma internet.
Malgrado lo stop del Garante per la Privacy ormai i dati dei redditi degli italiani sono su internet e sarà difficile se non impossibile bloccare la pubblicazione. Con un semplice clic, infatti, e ancora possibile trovare sul sito di condivisione file eMule (digitando le cifre del codice fiscale della città), ma anche in altri siti peer-to-peer, tutti gli elenchi dell'Agenzia delle Entrate.

Non solo: presto i preziosi elenchi dei contribuenti saranno in vendita sul sito di aste online, eBay. Insomma, la burocrazia e i divieti non fermano certo la web-democrazia.

L'Agenzia delle entrate, infatti, mercoledì scorso ha pubblicato le dichiarazioni dei redditi del 2005, ma la possibilità di accedere ai documenti è stata interrotta lo stesso giorno, dopo la richiesta del garante della privacy di sospendere la diffusione dei dati. Il richiamo dell'Autorità non ha però fermato i tanti cittadini che hanno scaricato le dichiarazioni dei redditi e le hanno messe sulla rete.

E non si ferma nemmeno la polemica sulla privacy. Per il Garante della privacy, il problema della pubblicazione dei redditi su internet "è di legittimità, perchè nel web salta il limite temporale indicato dalle norme". Lo ha ribadito Mauro Paissan, componente dell'Authority, intervenendo a 'Omnibus' su La7. "Non è vero - ha aggiunto - che negli altri paesi non vengono pubblicati i dati sulle dichiarazioni dei redditi: in alcuni paesi c'è un regime molto rigido di riservatezza sulla dichiarazione di redditi e sono consultabili, ma in modo mirato". L'Authority inoltre - ha evidenziato Paissan - non era stata informata dell'intenzione, da parte dell'Agenzia delle entrate, di pubblicare online le dichiarazioni dei redditi. "No, non eravamo informati - ha sottolineato - e perciò non abbiamo potuto dare un consenso. Su questa novità non sapevamo assolutamente nulla, l'abbiamo saputo da qualche giornale e agenzia di stampa".

Intanto, si preparano ad arrivare una pioggi di richieste di danni. L'Adoc è pronta a sostenere i contribuenti che vorranno chiedere il risarcimento contro la pubblicazione online della loro dichiarazione dei redditi. Mentre da un sondaggio condotto dalla stessa organizzazione dei consumatori emerge che il 70% degli intervistati boccia senza mezzi termini l'accaduto. "Anche se l'agenzia delle entrate precisa di aver agito in forza di una disposizione normativa - commenta Carlo Pileri, Presidente dell'Adoc - si tratta di un provvedimento approvato nel 1973, quando ancora il legislatore neppure poteva prevedere che 35 anni dopo sarebbe esistito un sistema di comunicazione come Internet. Resta evidente che la ratio della stessa è completamente diversa dal comportamento poi tenuto dalla Agenzia, responsabile, in qualità di titolare del trattamento, di aver illegittimamente diffuso dati personali".

Editore LVDT ha detto...

La Rai contro Santoro
"Annozero" manda in onda gli attacchi di Grillo a Napolitano e Veronesi al V-day. Bufera a viale Mazzini.
Il copione, in fondo, è arcinoto. Protagonista, Michele Santoro nei panni del paladino della libera informazione, affiancato da Marco Travaglio da una parte e, nel ruolo del guastatore con le giugulari grosse come travi, da Vittorio Sgarbi. In mezzo, brandito come una spada, Beppe Grillo, che dal palco del V-day spara ad alzo zero contro l'oncologo Umberto Veronesi (accusato di tacere per connivenza affaristica i danni sulla salute che vengono dagli inceneritori) e contro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Già al centro delle polemiche per il reddito multimilionario che non lo esime dal chiedere soldi ai suoi fan per organizzare il V-Day, Beppe Grillo riesce ad essere, anche in differita, la pietra dello scandalo a viale Mazzini. La puntata di Annozero, infatti, nella quale il comico genovese è stato mandato in onda senza filtri, scatenando le ire dell'assessore milanese alla Cultura Sgari, ha sortito il suo effetto, dentro l'aziendona Rai.

Il presidente Rai, Claudio Petruccioli, ha scritto una durissima nota contro Santoro: «Per la mia funzione e personalmente faccio ammenda e prendo impegno, nell'ambito delle mie responsabilità, a fare tutto il possibile per impedire che qualcosa del genere possa ripetersi. Ieri sera - continua Petruccioli - Michele Santoro ha di nuovo messo il servizio pubblico radiotelevisivo a disposizione di Beppe Grillo; il quale ha rivolto insulti inconcepibili al Presidente della Repubblica, oltreché a una personalità universalmente stimata come il professor Umberto Veronesi. Il danno, l'umiliazione e la vergogna che vengono al servizio pubblico da questi episodi sono incalcolabili, visto l'appalto, di fatto, della tv pubblica a terzi che ne fanno un uso arbitrario e indecente. Chi è responsabile di un programma non lo è solo per quanto dice personalmente, ma per tutto quel che avviene, non ci sono zone franche», conclude il presidente della Rai.

«Ho fatto come sempre il mio lavoro, con ottimi risultati per l'azienda - replica Michele Santoro - e portando a termine una trasmissione difficile che ha dovuto sopportare durante il suo svolgimento insulti e provocazioni preordinate. Ritengo di aver esercitato il diritto di cronaca dando conto, come altri programmi, dei momenti più significativi della manifestazione».

La Forza operativa nazionale sul carcinoma mammario (Foncam), fondata da Umberto Veronesi, parla di «Attacchi ingiustificati e privi di fondamento a fini politici e populisti, fonte di sgomento e di offesa per tutti i senologi d'Italia». Proteste arrivano anche da un'associazione di pazienti oncologiche, anche se, a sostegno delle accuse di Grillo a Veronesi, l'Associazione Medici per l'Ambiente afferma: «Non è scientificamente valida l'affermazione dell'assenza di rischi legati alla presenza di inceneritori». Sia come sia, quella tra la Rai e Santoro sembra decisamente una querelle di facciata: l'audience ha premiatoAnnozero con tre milioni e 3 milioni 685 mila, share del 15.79. Gli insulti, le urla e gli sputi rendono. Eccome se rendono.

Editore LVDT ha detto...

Londra/ Boris Johnson è il nuovo primo cittadino.
Boris Johnson sarà il primo cittadino della capitale britannica per i prossimi quattro anni e, oltre a gestire i servizi di trasporto pubblico e sicurezza per una città di 7 milioni e mezzo di abitanti (un budget stimato attorno agli 11 miliardi di sterline) dovrà organizzare i preparativi per le Olimpiadi del 2012.

Il candidato conservatore, ex giornalista, ha ottenuto 1.168.738 di preferenze contro il 1.028.966 andato al candidato laburista.

JOHNSON, "LONDRA HA CAPITO DI POTERSI FIDARE DEI TORIES"- Il nuovo sindaco di Londra ha salutato il successo elettorale come un segno della ritrovata credibilità dei Tories. "Non ho creduto per un attimo che queste elezioni dimostrino che Londra si è trasformata da un giorno all'altro in una città conservatrice, ma spero che dimostrino che i conservatori sono diventati nuovamente un partito di cui ci si può fidare", ha dichiarato Johnson.
Il candidato Tory ha ottenuto un milione 168mila e 738 tra voti di prima e seconda preferenza, contro il milione 28mila e 966 del sindaco uscente, il laburista Ken Livingstone, in un'elezione dall'affluenza record del 45%.

Johnson ha reso omaggio al rivale definendolo un amministratore "di grande rilevanza" ed è sembrato offrirgli un ruolo nella futura amministrazione quando si è augurato che la città possa continuare a beneficiare del suo "amore trasparente per Londra".
LONDRA COME ROMA, PASSA AI TORY DOPO UN LUNGO DOMINIO DI SINISTRA - Dopo Roma, un'altra grande capitale europea chiude un'epoca di amministrazioni progressiste. A Londra il conservatore Boris Johnson ha battuto il sindaco uscente Ken "il rosso" Livingstone, laburista, in carica dal 2000.
Si tratta di un'inversione di tendenza per le grandi capitali europee, guidate prevalentemente da uomini del centrosinistra. Prima di Alemanno e Johnson, infatti, c'erano solo Alberto Ruiz Gallardon, sindaco del Pp di Madrid, e a Nikitas Kaklamanis, sindaco di Atene di Nuova democrazia. Giunte di sinistra restano invece in sella a Parigi, guidata da un Bertrand Delanoe sempre più astro nascente della gauche in crisi; a Berlino, con il borgomastro socialdemocratico Klaus Wowereit possibile candidato alla cancelleria; e a Lisbona, riconquistata un anno fa dai socialisti con Antonio Costa.

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Libia contro Calderoli ministro: solidarietà bipartisan.
l figlio del leader libico Muammar Gheddafi contro il ministro in pectore del Carroccio: rispunta la vicenda della maglietta con le vignette anti-Islam

I rapporti tra Italia e mondo arabo potrebbero essere incrinati da un'eventuale nomina a ministro del leghista Roberto Calderoli. È la previsione che fa filtrare ufficiosamente dal Cairo, sabato 3 maggio, un portavoce della Lega araba. «La nostra organizzazione non ha ancora ricevuto informazioni ufficiali in materia», ha spiegato al telefono con l'Agi Abdul Alim al Abyat, «ma se veramente un personaggio di questo tipo diventasse ministro, personalmente penso che ci potrebbero essere problemi nei rapporti con il vostro Paese».

Al Abyat ha premesso di non essere a conoscenza delle dichiarazioni di Saif El Islam, figlio del leader libico Muammar Gheddafi, che ha minacciato «ripercussioni catastrofiche nelle relazioni tra l'Italia e la Libia» qualora l'esponente leghista entrasse nel nuovo Governo. Abdul Alim al Abyat ha detto di ricordare perfettamente l'esibizione della maglietta con vignetta anti Islam da parte dell'ex ministro Roberto Calderoni, durante un'intervista televisiva nel 2006, e di avere per questo motivo «una posizione molto netta».

Una affermazione pesante del figlio di Gheddafi che in Italia è stata respinta dai partiti in maniera bipartisan, anche se la questione è stata affrontata dai leader del Pdl, a cominciare da Silvio Berlusconi, con la massima cautela per evitare di alimentare quelle che potrebbero trasformarsi nelle prime frizioni diplomatiche che il nuovo Esecutivo sarebbe chiamato a gestire. A replicare immediatamente è stato proprio Calderoli, il quale ha ricordato come la scelta dei ministri del governo italiano spetti al leader del Pdl, «che ha avuto mandato dal popolo sovrano». Alle dichiarazioni a caldo dell'ex ministro delle Riforme, si sono aggiunte quelle di Roberto Maroni e Mario Borghezio che hanno manifestato solidarietà al loro compagno di partito. Ma la levata di scudi contro le affermazioni del figlio del leader libico c'é stata anche dai partiti dell'opposizione, come il Pd e l'Udc, col netto rifiuto del "diktat" nei confronti dell'esponente del Carroccio, giudicato «inaccettabile».

Nessun intervento invece, almeno ufficialmente, dai leader del Pdl, a cominciare da Silvio Berlusconi che, insieme al presidente della Camera Gianfranco Fini, e allo stesso leader dei lumbard Umberto Bossi,ha deciso di adottare un "low profile" , un atteggiamento di massima cautela, per non alimenatre tensioni con la vicina Libia che potrebbero sfociare in una crisi diplomatica. Da qui l'assenza di dichiarazioni pubbliche del Cavaliere e dei leader alleati. Ferma restando, secondo quanto si racconta in ambienti parlamentari della maggioranza, la solidarietà che non sarebbe mancata all'esponente del Carroccio in un giro di telefonate private.

È stato proprio Calderoli, in tarda serata di venerdì 2 maggio, a dirsi «commosso» per la «solidarietà ricevuta da parte di tutti, maggioranza ed opposizione». I rapporti tra il leader libico ed il presidente del Consiglio italiano in pectore sono sempre stati molto buoni, anche se le relazioni tra Roma e Tripoli hanno vissuto negli ultimi anni periodi altalenanti, con un lungo contenzioso bilaterale, originato dall'occupazione coloniale italiana, che non è stato ancora chiuso. Un contenziono che Silvio Berlusconi ha più volte spiegato, durante il suo precedente governo, di voler sanare per giungere ad una piena e soddisfacente collaborazione con il vicino nordafricano.

Nella nota dell'agenzia ufficiale libica Jana. si ricorda che, il 9 febbraio 2006, quindi a pochi giorni dall'assalto al consolato italiano, la Fondazione internazionale al Gheddafi per le Associazioni di beneficenza e sviluppo rilasciò un comunicato «invitando a manifestare in segno di protesta contro l'allora ministro» Calderoli per aver indossato una maglietta («con disegni offensivi e oltraggiosi all'Islam») su cui era stampata una della vignetta caricaturali del profeta Maometto. Riguardo alla manifestazione di Bengasi, in cui morirono undici persone, si rammenta: «Detta manifestazione è stata affrontata da parte delle forze dell'ordine in Libia e sono caduti numerosi cittadini libici aumentando, così, la rabbia popolare che ha portato a bruciare il consolato italiano a Bengasi. La crisi è stata circoscritta, causando anche le dimissioni del ministro italiano».

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Santoro contro tutti. Il popolare conduttore televisivo ...
Santoro contro tutti. Il popolare conduttore televisivo torna ad infiammare il dibattito politico nazionale. La puntata di Annozero di giovedì dedicata al V2-Day di Beppe Grillo, infatti, è stata duramente criticata dentro e fuori viale Mazzini. Nel mirino gli spezzoni di manifestazione mandati in onda nel corso della trasmissione durante i quali il comico genovese metteva in dubbio l'imparzialità del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e attaccava l'oncologo Umberto Veronesi (colpevole, secondo Grillo, di negare l'impatto degli inceneritori sulla salute pubblica)
Il primo affondo arriva dal presidente della Rai Claudio Petruccioli: «Michele Santoro ha di nuovo messo il servizio pubblico radiotelevisivo a disposizione di Beppe Grillo; il quale dagli schermi Rai ha rivolto insulti inconcepibili e privi di qualunque giustificazione al presidente della Repubblica, oltreché ad una personalità universalmente stimata come il professor Umberto Veronesi».
«Il danno - prosegue -, l'umiliazione e la vergogna che vengono al Servizio Pubblico da questi episodi, sono incalcolabili; per la mia funzione e personalmente ne faccio ammenda e prendo impegno a fare tutto il possibile per impedire che qualcosa del genere possa ripetersi».
«A nessuno - conclude Petruccioli - quindi neppure a Michele Santoro è consentito confondere la libertà del giornalista e la responsabilità del conduttore con l'appalto della tv pubblica a terzi che ne fanno un uso arbitrario e indecente». Ora il caso potrebbe finire sul tavolo del Cdl di viale Mazzini che si riunirà mercoledì prossimo.
Ma contro Santoro scende in campo anche il presidente uscente della commissione di Vigilanza Mario Landolfi: «Nella puntata di Annozero è stato rinverdito il diritto al "linciaggio mediatico", con l'attacco a Veronesi e, soprattutto, il vilipendio al Capo dello Stato».
Dal canto suo il giornalista si difende spiegando di aver fatto «come sempre» il proprio dovere, «con ottimi risultati per l'azienda e portando a termine una trasmissione difficile che ha dovuto sopportare durante il suo svolgimento insulti e provocazioni preordinate». Quanto a Grillo Santoro sottolinea che, poiché il comico genovese è «di fatto un soggetto politico, va attribuita esclusivamente a lui la responsabilità di ogni sua dichiarazione».
Al suo fianco anche il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Roberto Natale che critica Petruccioli: «Appare singolare l'idea del presidente che gli spettatori della Rai non possano vedere ciò che avevano potuto leggere nei giorni precedenti sui quotidiani, come se fossero cittadini immaturi e bisognosi di tutela».
Ma non è solo il «caso Grillo» a far discutere. La puntata di giovedì sera, infatti, potrebbe avere degli strascichi giudiziari. L'editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo, direttore del quotidiano La Sicilia, ha minacciato la querela nei confronti dell'ex giornalista dell'emittente Telecolor Giuseppe La Venia che, durante la trasmissione di giovedì, lo ha accusato di aver salvato la rete cacciando pretestuosamente dei giornalisti liberi. Stessa minaccia è arrivata da Vittorio Sgarbi che, sempre giovedì, aveva litigato in diretta con Marco Travaglio su Enzo Biagi.

Editore LVDT ha detto...

Nel nome di Allah/ Barba corta e curata. Giacca e cravatta all'occidentale. Sono i telepredicatori pop..


Esiste una nuova generazione di predicatori islamici che, invece di emettere fatwa (editti religiosi) dai pulpiti delle moschee, dispensano consigli religiosi negli show televisivi delle emittenti satellitari. Si chiamano Amr Khaled, Moez Masoud, Jasem Al Mutawee e Mostafa Hosni, e sono i predicatori, anzi telepredicatori, islamici più in voga del momento. Con un fare cordiale e rassicurante, barba corta e ben curata, vestiti alla maniera occidentale, conducono abitualmente programmi religiosi sulle emittenti satellitari islamiche come Iqraa TV (nata nel 1993) e Al Risalah (nata nel 2006). Alcuni di loro si sono assicurati anche interventi sui canali panarabi più popolari come l'emittente MBC. Non chiamateli, però, televangelizzatori. Si dissociano dai 'cugini' americani che sono accusati di adorare troppo il Dio denaro. Loro, invece, predicano soltanto l'orgoglio islamico.

I telepredicatori
Il segreto del loro successo inizia da un bell'aspetto e una personalità carismatica, ma il loro punto di forza sta nel linguaggio, ricco di riferimenti alla moderna cultura pop. E per questo i loro sermoni conquistano centinaia di fan fra i giovani della media borghesia musulmana, anche quella bene istruita. Pur affermando la validità dei precetti della tradizione islamica – la preghiera, il velo per le ragazze, il pellegrinaggio alla Mecca – non disprezzano la modernità e in molti casi criticano gli atteggiamenti più radicali (come quello per le ragazze di indossare il niqab, cioè il velo integrale). ''Mi piace considerarmi un moderno pensatore musulmano. Il mio messaggio è quello di reintrodurre il concetto di Islam ortodosso e classico attraverso una comprensione profonda della sua essenza spirituale, in modo da fondere uno stile di vita moderno con gli insegnamenti tradizionali.Non è un compito facile'', spiega Masoud (sito ufficiale www.moezmasoud.com ), un telepredicatore di appena 29 anni che al suo audience si rivolge con riferimenti diretti agli Airon Miden, Pink Floyd e persino il Signor Miyagi di 'Karate Kid'. Masoud, inoltre, canta melodie pop.

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Retroscena/ Governo, ecco la proposta di Berlusconi ad An: 4 ministri (2 senza portafoglio) e 3 vice.
Due ministri con portafoglio, due senza e tre viceministri. E' l'ultima proposta che Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio in pectore, ha fatto ad Alleanza Nazionale e a Gianfranco Fini, per superare il nodo del dicastero del Welfare e chiudere così la squadra di governo. A rivelarlo ad Affaritaliani.it è una fonte ai massimi livelli del Popolo della Libertà. Da Via della Scrofa non è ancora arrivata una risposta ufficiale, ma l'impressione è che, salvo colpi di scena, An rinuncia alla richiesta del dicastero del Welfare, proprio per evitare lacerazioni all'interno del Pdl. L'offerta del Cavaliere contempla Ignazio La Russa alla Difesa e Altero Matteoli alle Infrastrutture come ministri con portafoglio, Adriana Poli Bortone alle Politiche Comunitarie e Francesco Cognetti (area An) alla Salute come ministri senza portafoglio. Per quanto riguarda i tre viceministri, invece, l'ipotesi più probabile è quella di Mario Landolfi alle Comunicazioni, Adolfo Urso all'Economia e Andrea Ronchi all'Interno. Con questo schema a Forza Italia resterebbero sia la Giustizia, con Angelino Alfano, sia il Welfare, ruolo per il quale - nonostante le ultime indiscrezioni portino verso Stefania Prestigiacomo, resta in pole position Maurizio Sacconi.

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Retroscena/ D'Alema isolato e sconfitto nel Pd.
Massimo D'Alema giura che non c'è alcuna contrapposizione tra lui e il segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni. Ma le parole del ministro degli Esteri uscente sulla necessità di realizzare un'alleanza con tutti quelli che sono contro Berlusconi, denunciando l'autosufficienza del Pd ("con il 33% non si va da nessuna parte"), hanno fatto tremare i muri del loft. Se l'ex presidente dei Ds intende soltanto una collaborazione tra tutte le forze dell'opposizione, dentro e fuori il Parlamento, bene (ipotesi remota); ma se l'obiettivo è quello di mettere in discussione la svolta dell'ex sindaco di Roma - la vocazione maggioritaria del partito - allora lo scontro è destinato a esplodere.

Dario Franceschini ha dato la linea ufficiale: stop alle coalizioni modello 2006, nessuna intesa con Rifondazione. Impossibile tornare indietro, impossibile rinnegare tutte le scelte degli ultimi mesi di Veltroni. Eppure D'Alema strizza l'occhio tanto al centro quanto a sinistra. Ferrero e Rizzo sbattono la porta, ma Giordano è pronto al dialogo. L'Udc tace e attende di capire come finirà la partita all'interno dei Democratici. D'altronde il legame tra Casini e il vicepremier non è certo nuovo e risale all'impegno comune di qualche mese fa a favore di una riforma elettorale tedesca.

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Rumors/ La Lega ha fatto saltare la nomina bipartisan di Parisi al COPACO. In corsa due ex diessini.

L'accordo era praticamente fatto. Il ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi, Pd e fedelissimo di Romano Prodi, era pronto per la presidenza del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, che dal 2007 ha inglobato le funzioni del COPACO (Servizi Segreti) e che spetta all'opposizione come tutte le commissioni di controllo e di garanzia. A rompere però l'intesa bipartisan - spiegano nel Palazzo - è stato lo stesso Parisi, reo di aver attaccato a testa Umberto Bossi ("E' contro l'Italia e non può fare il ministro").

La Lega è andata su tutte le furie e ha fatto saltare l'intesa. A questo punto si pensa ad altri nomi che possano andare bene sia al Partito Democratico sia alla maggioranza di Centrodestra. In pole position l'ex diessino Marco Minniti, in alternativa Massimo Brutti, che dal 2002 all'anno scorso ha ricoperto l'incarico di responsabile del settore giustizia della Quercia.

Editore LVDT ha detto...

Prodi Oltretevere... sognando il Colle.
Di Antonino D'Anna

Arrivederci Roma(no). La cerimonia di congedo dalle autorità vaticane del presidente del Consiglio uscente, Romano Prodi, si è tenuta presso la Nunziatura Apostolica in Italia, sia pure un po' in sordina. Lì, nei giorni scorsi, il "cattolico adulto" Prodi, che aveva incoraggiato Rosy Bindi e Annamaria Serafini a proporre i Dico della discordia, causando la reazione dell'allora presidente Cei cardinale Camillo Ruini, si è incontrato con il Papa, Ruini (oggi Vicario della città eterna e in via di sostituzione, secondo alcuni a breve), monsignori di Curia e il presidente dello Ior, professor Angelo Caloia, dato negli ultimi tempi come in via di pensionamento da alcune malelingue. Sembra invece che il serio economista lombrardo, cui Giovanni Paolo II diede l'incarico di gestire la banca vaticana nel dopo Marcinkus, abbia ancora alcuni anni di carriera innanzi a sé.

Ma dicevamo del congedo di Prodi. Dopo i discorsi di rito, qualche sorriso è cominciato a comparire, il clima - sempre ufficiale - si è leggermente sciolto. E tra un cocktail e una tartina c'è stato chi ha osservato il ritorno del "cattolico adulto" nei ranghi. Tanto che c'è chi giura come nonno Romano, dopo i nipotini, tornerà prima o poi a fare capolino nella vita politica italiana. Magari nel 2013, quando avrà 74 anni e magari, con un colpo di fortuna e una buona benedizione, sognerà di prendere il posto attualmente occupato da Giorgio Napolitano (che allora di anni ne avrà ben 88) sul Colle. Chissà

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La lista nera di Alemanno
Il neo-sindaco di Roma chiude la porta a Hollywood per la Festa del Cinema. La stampa anglosassone lo fa (ancora più) nero, ma a sorpresa i "rossi" Amendola e Venditti lo difendono.
ROMA, 5 mag - E pensare che nel 1981 fu arrestato per aver aggredito uno studente con una mazza da baseball... Quello però deve essere l'unico simbolo della cultura popolare americana che il neo-sindaco di Roma Gianni Alemanno accetta e accoglie senza problemi nella Città eterna. O almeno è questa è l'idea che cercano di far passare i giornali anglosassoni, all'indomani delle elezioni vinte dall'esponente di An.

Nell'edizione domenicale il londinese Times ha infatti titolato: «Il Duce di Roma congela le star americane», riferendosi all'intenzione del primo cittadino di cambiare radicalmente ispirazione alla Festa del Cinema di Roma, puntando sulla produzione nazionale e lasciando a casa loro star e film hollywoodiane. Il quotidiano inglese, secondo lo stile d'Oltremanica, ha picchiato duro sul caso, riferendosi ad Alemanno come a un «former fascist» (ex fascista), rifendendo dei cori "duceschi" per il suo trionfo, riesumando tutti gli episodi più "corsari" della sua militanza e scrivendo: «Il nuovo sindaco ha lanciato una campagna per promuovere il cinema italiano a spese di star di Hollywood come Nicole Kidman e Leonardo DiCaprio, che sono state messe su una lista nera». Così come George Clooney, che pochi giorni prima del voto aveva pubblicamente appoggiato il rivale, nelle politiche, Walter Veltroni.

Preoccupati come il Times perché «gli attori americani che hanno affollato Roma per la rassegna non saranno più invitati, per ordine di Gianni Alemanno», anche Variety e l'Hollywood Report. Il primo si chiede se «è un "Arrivederci Roma" per la Festa e ci aspettano giorni neri» (ma conclude dicendo che non tutto è perso, visto che il Campidoglio controlla solo uno dei cinque amministratori della manifestazione); l'altro condanna il cambio di rotta ma fa soprattutto dell'ironia sulla nuova amicizia scoppiata a parole tra Alemanno e il sindaco di Venezia (leggasi Mostra del cinema) Massimo Cacciari.

Ma quel che stupisce di più sono gli insospettabili consensi che l'ex missino incassa da artisti di orientamento opposto. Sdoganato apertamente da Antonello Venditti, ora Alemanno si becca pure i complimenti di Claudio Amendola (ma solo su questo, precisa la star dei Cesaroni): «La Festa del Cinema - ha dichiarato al Corriere della Sera - per me è come la Corazzata Potemkin. Già ho dei seri dubbi che ci voglia, figurati che mi frega delle star. Al cinema servono i bei film. Unire la Festa ai David? Sì. Magari diventano una cosa seria».

E il diretto interessato? Non entra in polemica ma ribadisce: «La Festanon va abolita, va collegata alla produzione nazionale. Ma soprattutto non deve essere solo una passerella di star hollywoodiane, un fatto solo di immagine. Questo non interessa i romani e non interessa neanche la nostra produzione». Rinascerà una nuova Cinecittà? (Libero News)

Editore LVDT ha detto...

Pd/ Latorre ad Affaritaliani.it: chi vuole impedire una discussione democratica ripropone la sciocchezza della contrapposizione D'Alema-Veltroni..,
Nessuna parrocchia ma un'iniziativa che fa solo bene al Partito Democratico". Il braccio destro di Massimo D'Alema, il senatore Nicola Latorre, spiega ad Affaritaliani.it il senso dell'incontro di martedì tra i parlamentari del Pd vicini al ministro degli Esteri uscente. "Lo ha già precisato l'onorevole D'Alema, la fondazione Italianieuropei ha chiesto a tutti i parlamentari del Partito Democratico, naturalmente poi ci saranno quelli che aderiranno e quelli no, un'iniziativa tesa a sostenere un percorso di riflessione e approfondimento culturale, che prevede alcuni seminari di discussione e alcune pubblicazioni (su questo D'Alema ha anche prospettato un programma di lavoro), che intende dare un contributo di idee al Partito Democratico. Così come accade in tanti paesi europei, dove le fondazioni sono uno strumento per arricchire il patrimonio di idee dei rispettivi partiti".

Latorre non ha dubbi: "Nessuna parrocchia, ma un'iniziativa che credo faccia solo bene al Partito Democratico". Nemmeno una corrente? "Ma no, no, no. Lo dimostra il fatto stesso che si sia parlato solo di questo e, in alcun modo, non dei temi al centro del dibattito, come il congresso, il radicamento e la struttura del partito. Poi c'è la libera interpretazione, d'altronde siamo in democrazia".

Editore LVDT ha detto...

Governo/ Ecco la lista dei ministri. Fuori la Brambilla, Alfano alla Giustizia. Tutti i nomi.,
Il governo con il minor numero di ministri con portafoglio, dodici, in ottemperanza alle nuove norme di legge, ma anche, per la prima volta nella storia della Repubblica, la lista dei ministri resa nota subito dopo il conferimento dell'incarico da parte del presidente della Repubblica. Un record per Silvio Berlusconi, che ha diffuso l'elenco dei componenti della squadra del suo quarto governo dopo il colloquio al Quirinale con Giorgio Napolitano, durato un'ora e 15 minuti. Il Cavaliere ha accettato l'incarico di formare un nuovo governo conferito dal capo dello Stato presentando la lista dei ministri. "Sono soddisfatto della squadra di governo: ci sono molti nuovi ministri e abbiamo mantenuto l'impegno delle quattro donne", ha detto il Cavaliere lasciando Palazzo Madama dopo aver incontrato per circa 20 minuti il presidente del Senato Renato Schifani. La fiducia al quarto governo Berlusconi sarà chiesta martedì prossimo all'Assemblea di Montecitorio e mercoledì a quella di Palazzo Madama, ha aggiunto Berlusconi. Che ha aggiunto: "Dopo aver ricevuto la fiducia convocherò il primo Cdm a Napoli". "La riunione del governo a
Napoli -spiega- sarà un fatto simbolico, poi riprenderemo il nostro lavoro dopo un'interruzione di due anni".

I MINISTRI DEL NUOVO GOVERNO

- Ministri con portafoglio

ESTERI Franco Frattini
INTERNO Roberto Maroni
GIUSTIZIA Angelino Alfano
ECONOMIA Giulio Tremonti
DIFESA Ignazio La Russa
SVILUPPO ECONOMICO Claudio Scajola
PUBBLICA ISTRUZIONE Maria Stella Gelmini
POLITICHE AGRICOLE Luca Zaia
AMBIENTE Stefania Prestigiacomo
INFRASTRUTTURE Altero Matteoli
WELFARE Maurizio Sacconi
BENI CULTURALI Sandro Bondi

- Ministri senza portafoglio

RIFORME FEDERALISTICHE Umberto Bossi
SEMPLIFICAZIONE DELLE LEGGI Roberto Calderoli
ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA Gianfranco Rotondi
POLITICHE COMUNITARIE Andrea Ronchi
PARI OPPORTUNITÀ Mara Carfagna
AFFARI REGIONALI Raffaele Fitto
POLITICHE GIOVANILI Giorgia Meloni
RAPPORTI CON IL PARLAMENTO Elio Vito
INNOVAZIONE Renato Brunetta

VINCITORI E VINTI - La davano tutti per certa, Michela Vittoria Brambilla. Il ministero dell'Ambiente sembrava ormai una conquista acquisita. E invece, alla fine, Berlusconi ha scelto un'altra "bella" del Parlamento, Stefania Prestigiacomo, lasciando fuori proprio quella che fino a qualche mese fa era la sua pupilla. Per lei, forse, la carica di viceministro della Sanità o al massimo un ruolo da sottosegretario. Tra gli altri delusi sicuramente Lucio Stanca, già ministro per l'Innovazione nel secondo e terzo governo Berlusconi. Non è riuscito a fare il tris (nonostante fosse praticamente certo): al suo posto il Cavaliere ha preferito il suo fedelissimo Renato Brunetta. Poi Adriana Poli Bortone, fatta fuori dal ministero per le Politiche Comunitarie. Contro di lei hanno giocato le frizioni tra An e Forza Italia, che hanno portato all'incarico ad Andrea Ronchi e alla giovanissima ed enfant prodige Giorgia Meloni come ministri senza portafoglio